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Nella notte in cui “Il ritorno del re” è stato il trionfatore della serata con 11 Oscar su altrettante nominations (in totale, compresi i restanti film della trilogia, sono 17), c’è da lodare il coraggio dei membri dell’Academy nel premiare come miglior film il capitolo finale di una trilogia, splendido nonostante tutto, e per di più un’opera fantasy. L’Oscar al film di Peter Jackson è pienamente meritato perché la saga de “Il Signore degli Anelli” non è solo un film fantasy, ma un’opera colossale che ha richiesto anni di lavoro e che è oggi una grande metafora del tempo che stiamo vivendo. La vittoria di Jackson alla regia è anch’essa giustissima, vista la bravura e la forza che lui e tutta la produzione hanno dimostrato in questo progetto. Finalmente viene premiato un regista neo-zelandese e non i soliti americani (ricordiamo che fra i candidati c’era anche l’ eccellente autore australiano Peter Weir). Anche questo è un indice di come l’edizione di quest’anno sia un po’ anti-americana. Altro sintomo del tono di questi Oscar è la vittoria, nella categoria di miglior film straniero, del bellissimo “Le invasioni barbariche” del canadese Denys Arcand, un film che più anti-americano non si può (è infatti il seguito del sorprendente “Il declino dell’impero americano”). Per quanto riguarda le categorie tecniche, pienamente meritato anche l’Oscar a Sofia Coppola per la sceneggiatura originale di “Lost in translation”, uno dei piccoli gioielli di questa stagione cinematografica. Stessa cosa dicasi per la sceneggiatura non originale de “Il ritorno del re”. Chiunque abbia dato solo una letta sommaria all’imponente opera di Tolkien capirà il perché. Rimane un po’ di rammarico per il bellissimo film brasiliano “City of God – La città di Dio” di Fernando Meirelles, che forse avrebbe meritato almeno un premio o, se non altro, la candidatura nella categoria del miglior film straniero. Almeno in questa edizione la cerimonia degli Oscar non si è confermata, come accaduto il più delle volte in passato, una manifestazione all’insegna del compromesso e del politically correct. Si è assistito invece a una rivoluzione, a mio parere del tutto positiva. Che i membri dell’Academy si siano stancati anche loro della politica americana e abbiano voluto dimostrarlo con questa ondata di cambiamento? Può darsi. Sta di fatto che forse finalmente qualcuno in America e nel mondo del cinema ha capito che quello che probabilmente molti artisti (americani e non) vogliono affermare con le loro proteste o le loro opere è che, se gli Stati Uniti sono oggi il luogo dove si professa la democrazia e la libertà ma si continua a fare politica per pure ragioni economiche è perché la lezione del passato non è stata imparata a dovere. Forse molti, compresi i membri dell’Academy, hanno iniziato a capire che anche per Hollywood l’America può ancora essere considerata il Paese delle opportunità e dei sogni che si realizzano, per tutti e non solo per gli americani. |
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