Un ragazzo, accusato di aver ucciso il padre in seguito ad un litigio, rischia la pena di morte. In camera di consiglio si riuniscono i dodici giurati del processo, e l’atmosfera che si respira sembra quella di un rapido verdetto di colpevolezza. Ma uno dei giurati (Henry Fonda), nonostante gli evidenti indizi di colpevolezza a carico del giovane, inizia ad insinuare dubbi in una giuria che sembra già convinta (splendido il ruolo di Lee J. Cobb); e con meticolosità ed intelligenza cerca di vagliare con maggiore senso critico tutte le fasi del processo, riuscendo ad incrinare le convinzioni di più d’uno dei presenti; ma basterà tutto questo ad evitare di far giustiziare un ragazzo (forse) innocente ? Un film del 1957; in bianco e nero; senza effetti speciali, anzi, girato quasi completamente in una stanza; un’ora e mezza di pellicola in cui lo spettatore non fa altro che sentire i ragionamenti in contraddittorio di una dozzina di persone che litigano (sì, litigheranno; sono dodici “angry men”) riguardo dettagli del tipo” forse questo testimone non ha visto bene”, e così via. Non verrebbe voglia di risparmiarsi un film del genere ? Beh, non cedendo a questa tentazione, ci si ritroverà forse un po’ migliori, alla fine di questa storia, dopo essersi rispecchiati, come spesso accade in questo genere di lavori, con i propri sentimenti migliori e peggiori. La storia in questione cattura subito lo spettatore, e non annoia in nessun passaggio, anzi. Tutta la vicenda è incentrata su due capisaldi di ogni regime giuridico che si rispetti: la presunzione di innocenza di un imputato (cfr. il Diritto Romano, Montesquieu, Beccaria, ecc.) e la dimostrabilità della sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio; in caso contrario, infatti, non potrà esserci condanna. Del resto, durante tutta la vicenda, non verremo mai a sapere se il ragazzo è colpevole od innocente; non è questo quello che conta nella nostra storia… Senza voler scoprire troppo le carte della vicenda, si potrebbe contestare all’opera di prendere ben presto una china che non lascerà più; di racchiudere qualcosa di didascalico e/o di datato, o di fare fin troppo appello ai buoni sentimenti: ma sarebbero critiche ingiuste. Il film non cala mai di tono, e lo spettatore che vi si ritrova avvinto “spera” con tutte le sue forze che gli eventi prendano una piega ben precisa… Il regista (Sidney Lumet, al suo brillantissimo esordio cinematografico) potrà mai volerlo deludere, dopo tanta partecipazione alla vicenda ?  |
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