L’ultimo film di Clint Eastwood conferma l’abilità di questo regista che dopo un trascorso di grande attore, si è impossessato della macchina da presa per realizzare dei piccoli capolavori di un cinema che parla di attualità e che senza mai scadere nella retorica denuncia talune problematiche presenti nella società americana. Lo aveva fatto con Potere Assoluto dove in quel caso si prendeva di mira l’arroganza, la meschinità del potere e soprattutto l’assenza della libertà privata, negata al cittadino dalla capacità strumentale e iper-sofisticata dell’autorità di distruggere la vita del singolo. In quest’ultimo lavoro del regista ciò che viene preso di mira è la desolazione di quei luoghi al margine della società Americana (non dimentichiamo che l’America non è solamente la grande city con la musica, il cinema di tendenza e d’avanguardia), la maggior parte degli U.S.A sono luoghi ai confini del mondo, con una mentalità retrograda e dove il sistema di vita si mostra sempre più insopportabile nei confronti dei giovani, dei ragazzi… che vogliono fuggire, evadere da un mondo (un buco di mondo) dove non vedono orizzonti di speranza. La storia: tre amici interpretati da Sean Penn, Tim Robbins e Kevin Bacon, ovvero tre ragazzini (al principio del film) che giocano per strada, vengono fermati da due uomini bene vestiti con bell’auto rigorosamente in nero, uno dei tre bambini viene portato via e stuprato per quattro giorni dopodichè il piccolo riuscirà a fuggire nel bosco ma la sua vita sarà segnata per sempre. I tre ragazzini diventano uomini: il ragazzo che ha subito la violenza sessuale è ora un padre di famiglia con i soliti problemi economici della classe medio bassa, un altro fa il poliziotto e l’ultimo (quello che da bambino era il capobanda) ha un piccolo emporio dopo aver abbandonato una vita di rapine e di malefatte della zona. La figlia diciannovenne di quest’ultimo viene trovata uccisa e da qui comincia un film che confonde l’indagine poliziesca con l’indagine psicologica di un trauma individuale e collettivo mai superato. Clint Eastwood quindi sviluppa il film su due piani parallelli: al principio sembra di trovarci in un film psicologico legato al trauma della violenza sessuale pedofila, successivamente si passa allo schema tipico del film poliziesco d’indagine per poi giungere a qualcosa di “più alto” quello di un paese, di un piccolo mondo dove le condizioni ambientali distruggono tutto: la vita, i sogni, l’infanzia, la dimensione umana, le amicizie. Già in “Potere assoluto” Clint Eastwood si era immesso su questa via, il far congiungere le difficili relazioni familiari all’interno di un ritmo serrato tipico del cinema di genere, in quel caso il furto, l’assassinio, gl’inseguimenti e inevitabilmente il lieto fine. Qui’ in Mystic River la struttura di genere diventa pretesto per fare un film violentemente psicologico e moralmente massacrante. Si parla di bambini che hanno già un destino segnato in un mondo dove gli adulti sono “vampiri, lupi mannari”, dove l’ipocrisia e la violenza hanno sostituito gli affetti e i sentimenti. E tutto questo Clint Eastwood lo racconta con quella distanza e quella dignità tipica di un certo film “morale” che mette in luce lo sporco ma lo fa sempre con rispetto, quasi come se la macchina da presa si vergognasse di raccontare-mostrare ciò che ci sta dicendo, ma non farlo significherebbe di rinunciare a quell’intento del cinema che ci vuole scuotere – aprendoci la coscienza per farci prendere consapevolezza di cose “terribli” che esistono e alla quale risulta doveroso aver consapevolezza. Insomma un film da profondo e alto significato morale. Gli attori (…) tutti eccezionali, tutti orchestrati da una regia impeccabile, un particolare mi ha colpito nel film: Sean Penn al principio viene diretto in maniera assolutamente insolita. Qui non abbiamo la sua solita interpretazione portata all’eccesso, i nervi del viso non sono esasperati come a voler evidenziare ciò che l’animo sente, qui la recitazione è quasi Bressoniana, Brechtiana , portata a quell’estraniamento passivo-attivo che tende a trattenere più che a far esplodere, e tutto questo accade nella prima parte del film, quando il padre piange (facendo fatica a piangere) la morte della figlia. Nelle parti successive del film – quando la storia si sposta sull’intreccio classico del film di genere dove i buoni sono anche cattivi e viceversa, sembra quasi come se la recitazione di Sean Penn prenda una svolta radicale, qui tutto viene esternato, buttato fuori con violenza… quasi come a volerci sottolineare che i film che stiamo vedendo sono due: il primo quello della sofferenza umana, dell’ingiustizia, della fragilità del più debole; il secondo invece il film di finzione, con i suoi ritmi i suoi tempi necessari, la sua fiction che in questo caso sembra essere una mancanza di rispetto nei confronti di quella volontà di voler dire delle cose che appartengono al reale mondo delle emozioni. Comunque tutto il cast é diretto con grande maestria, Peen come detto alterna una recitazione trattenuta con delle esternazioni accentuate tipiche del suo stle. Tim Robbins nella parte dell’adulto traumatizzato sembra voler portare avanti quel suo impegno d’un cinema civile che vuole scuoterci e Kevin Bacon é eccezionale nel ruolo del poliziotto in crisi che mantiene sempre un pudore e una dignità nelle sue azioni.
La macchina da presa inoltre si muove spesso in maniera creativa come a svelare e al tempo stesso spogliare l’ambiente circostante con delle immense panoramiche soprattutto dall’alto. Lunghissime riprese dall’alto in movimento riprendono un fiume maledetto dove si consumano i peccati… Lunghissime riprese dall’alto riprendono e ruotano attorno a catapecchie dove la desolazione non è solamente sociale ma diventa una connotazione esistenziale, dove il futuro è già segnato, dove i deboli sono già condannati.  1 Novembre 2003 |
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